ESPOSIZIONI

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Esposizioni passate

Spazio Espositivo in Galleria Piazza Marconi n°20 Jesolo Lido - Anno 2012


TESTI CRITICI

Stefano Bastianetto

Pietro Matese, artista trevigiano, diplomato all'Accademia di Belle Arti di Venezia muove i suoi primi passi di giovane talentuoso già quando, studente del liceo artistico, inizia una serie di percorsi e sperimentazioni che lo pongono all'attenzione della critica.

La sua continua ricerca di stimoli e di rinnovate esperienze, il voluto coinvolgimento dello spettatore per una consapevole condivisione delle sue emozioni, tristezze, ma anche speranze, esprime la sua convinzione della necessità di accesso e fruizione dell'arte da parte di ogni singola persona.
Nella sua produzione possiamo ammirare disegni, tele, pitture su carta, incisioni, dove, con abilità ed equilibrato dosaggio tra tecnica ed inventiva, riesce ad emozionare, sia per i soggetti trattati che per la capacità interpretativa, molto particolare e personalizzata, ma riuscendo al contempo a trasmettere con naturalezza ed equilibrio, il suo messaggio, la sua visione della vita.
Attraverso l'esame di schizzi, disegni e pitture, caratterizzati da tratti fermi ed un segno deciso, si evidenzia uno stato d'animo, un voler e saper cogliere il sentimento, l'emozione, il pensiero e con semplicità l'artista riesce a trasmetterli all'osservatore che ne resta incantato e non può sottrarsi alla magia di partecipare allo spettacolo al quale viene invitato.
Vi è un tripudio di cromaticità, una tavolozza intelligentemente impazzita anche nelle sue produzioni astratte attraverso le quali ci fa sognare e sperare. Ora i suoi interessi sono rivolti a riscoprire la pittura che imperò verso la fine degli anni'60-inizio 70, negli USA attraverso le esperienze dell'Iperrealismo o Fotorealismo, anche se le sue produzioni non partono da un'ispirazione fotografica, ma da una realtà dove importanza particolare riveste non solo il soggetto principale, rappresentato dall'elemento dell'auto, ma anche dal paesaggio circostante che non è più considerato come semplice sfondo o cornice, ma un elemento importante e necessario e peculiare della sua produzione pittorica.
In questi quadri vi è una materialità forte, una presenza quasi reale del soggetto auto che per le sue caratteristiche diventa più reale della realtà. Sembra quasi di sentirne il rombo, ma si tratta di una musica, è una sinfonia il motore; mentre la ricchezza di particolari, le sfumature, i riflessi portano lo spettatore quasi a volersi rispecchiare nel metallo, per cercare cosa si riflette, cosa in realtà si cela alle sue spalle, trasportandolo dentro l'opera stessa.
Vi è quasi un rapporto di amore ed odio, o meglio in questo comportamento traspare un ipotetico senso di invidia per non essere riuscito a salire e scappare con l'automezzo anche per l'accuratezza- come si è detto - dei particolari del paesaggio che ci trasporta in un mondo ideale, un mondo fantastico ma che sembra reale e raggiungibile.
C'è quasi un perdersi nelle forme dell'auto, dove emerge un' inaspettata sensualità, sollecitato dalla sinuosità della carrozzeria che ci riporta ad antichi ed ancestrali richiami sollecitati dalle forme femminili che provocano un inaspettato senso di erotismo.
Tutto si svolge in un'apparente calma ma in realtà l'artista riesce sapientemente a coinvolgere quasi tutti i sensi: non c'è solo la vista, il desiderio del tatto (la voglia di toccare l'auto, accarezzarla, stringerla in un morboso abbraccio, sintomo di uno sfrenato desiderio di possesso, in un happening dove l'oggetto - auto - diventa soggetto e si umanizza ; ma c’è anche il gusto, cioè l'assaporare l'emozione che il guidare tali mezzi ci trasmette e quasi ci sembra di sentire l'odore - che diventa profumo - della benzina, e di udire il forte, affascinante rombo del motore, momento di esternazione e riaffermazione della propria virilità.
Grazie Pietro per averci accompagnato in questo viaggio meraviglioso, tra scenari fantasiosi, dove si alterna velocità e lenta pacatezza, tranquillità ed espansiva vitalità in un ambito dove mai viene meno il proprio essere umano e quel necessario rapporto con la natura madre ed il rispetto di lei che da sempre contraddistingue la tua arte.
Dottor Stefano Bastianetto

Claudio Barbato

Caro Pietro,
ho visionato con cura i tuoi lavori e mi ha allietato il fatto che qualcuno ancor oggi sia mosso dell’amore per l’opera grafica, l’amore che mi accompagna fin dal lontano 1968, nonostante negli ultimi anni, soprattutto in Italia, e in parte per colpa delle vendite televisive, la grafica abbia subito una notevole svalutazione.

Belle davvero le incisioni, per la continuità del segno, la pulizia e la precisione nell’esecuzione, che mi fanno credere tu abbia avuto senza dubbio un ottimo maestro in grado di farti comprendere ed acquisire questa “disciplina”, come mi piace definirla.
Mi ha riempito di gioia il fatto che finalmente qualcuno abbia sentito il desiderio e la voglia di riprendere la xilografia, tecnica che come saprai bene, è ormai quasi scomparsa. Sono stato colpito dalle tue parole appassionate nel definire la fase dell’incisione come la creazione di una scultura, che si trasformerà in seguito in un opera grafica; penso tu stia percorrendo la strada giusta.
Per quel riguarda la serigrafia che tu sai è una tecnica che amo in particolar modo, mi è piaciuto molto come con pochi colori tu sia riuscito a rendere un notevole equilibrio tra chiari e scuri, e soprattutto nelle masse perfettamente proporzionate al foglio di carta bianca.
La semplicità, se realizzata con cura, precisione e gusto è sicuramente più apprezzata rispetto a lavori complessi ma approssimativi.
Io non sono un critico, ma semplicemente, un tecnico che ama il suo lavoro e la grafica d’arte, e da questa posizione ti voglio fare i miei complimenti per l’ottimo lavoro che stai portando avanti, con la prospettiva che tu sia appena all’inizio di una lunga e meravigliosa avventura.
Claudio Barbato

Giorgio Trentin

Venezia, 26/07/2006
Che un giovane, come tesi di diploma, lo scorso anno, sull’incisione, nel corso di Pittura, docente prof. Eugenio Comencini, relatore prof. Gianfranco Quaresimin, all’ Accademia di Belle Arti di Venezia, abbia scelto un tema e una materia legati ad un personaggio come Kathe Kolltwiz, ciò non avrebbe potuto, in un periodo come quello, che da tempo stiamo vivendo, se non rappresentare, nel contempo stesso, motivo di piacevole sorpresa, ma anche di notevole, estremo interesse.

Kathe Kolltwiz che, a prescindere dall’attuale, grande rassegna a lei dedicata dalla città di Legnano e questo, considerato il tradizionale rapporto non sempre positivo, dell’ufficialità culturale del nostro Paese nei confronti dell’arte incisoria, riteniamo fatto di rilevante importanza, che, Kathe ripetiamo, sarebbe stato oggetto, va ricordato, di una serie di assai notevoli iniziative, del Veneto, a Venezia, alla Galleria dell’opera Bevilacqua La Masa, Bassano del Grappa, a Palazzo Agostinelli, a Trento, al Palazzo della Provincia, al Museo di Ca’ Pesaro, sempre a Venezia, nonché in Emilia Romagna, a Ferrara, al Palazzo dei Diamanti.
Di iniziative promosse, in collaborazione tra il centro Thomas Mann, di Roma, il Ministero della Cultura dell’allora Repubblica Democratica Tedesca e movimento dell’Associazione degli Incisori Veneti nell’ambito dello sviluppo di un tentativo, in un Paese quale l’Italia, di una necessaria politica di riscoperta e di rivalorizzazione dell’arte incisoria sovente attraverso le testimonianze, dirette, offerte da taluni dei propri maggiori protagonisti, in campo nazionale e internazionale e in grado di attestare l’essere il messaggio incisorio nelle condizioni, di offrire e verificare, sovente, nello svolgimento del proprio processo lavorativo, alcuni dei raggiungimenti più alti maturati nel contesto generale delle arti figurative.
E questa contemporaneità di sorpresa e di interesse come conseguenza di una normalità per il contemporaneo contrapporsi di due processi culturalmente drammaticamente contrastati, connessi l’uno al prepotente, spietato arrogante dilagare di un consumismo sorretto nella tensione di un profitto corruttore, senza via di uscita nella propria crescente esasperazione, come tale nel grigiore di una crescente, soffocante cieca massificazione avversa a riconoscimento e alla concessione di ogni autonomia decisionale all’individuo, di un consumismo portato a tradursi in campo culturale nei termini di valori a carattere sempre più bassamente pubblicitario e come tale sempre più insistentemente a rivolgersi al sostegno sempre maggiormente sofisticato di una tecnologia, progressivamente condotta inevitabilmente, ad invertire gli originali e originari rapporti di collaborazione operativa, da quelli sottoposti alle scelte e alle decisioni dell’ideatore e del conduttore del progetto culturale, a quello di un vero e proprio condizionamento della volontà dell’individuo; l’altro, nonostante tutto ciò, avviato ad immedesimarsi colla profondità delle esigenze, mai sopite, di un recupero di una insopprimibile e insostituibile presa di coscienza dei valori e degli elementi vitali di una realtà circostante e del necessario rispondere delle proprie responsabilità comportamentali sul piano di un necessario, doveroso, quotidiano, confronto dialettico, con l’esigenze, di diritti, gli spazzi propri alle altre umane presenze sulla scelta collettiva.
Quel recupero della coscienza, di una coscienza destinata, in Kathe Kollwitz, nella chiarezza di una visione in cui l’etica di un estremo rigore morale sarebbe venuta fondendosi con la percettiva, straordinaria, sensibilità di una commossa, solidale partecipazione umana, ad identificarsi, in tale contesto, in una delle testimonianze di più ampio, universale respiro offerte, dal consapevole coraggio in determinate, precise scelte, nella formulazione di un messaggio di incitamento alla Resistenza contro ogni forma di sopruso, di violenza, di sopraffazione, alla lotta per un riscatto da antiche dolorose schiavitù e nonostante le avversità e le tragedie, nutrite di speranza. Una tesi di Diploma che, in “Kathe Kollwitz, una voce senza tempo”, Pietro Matese ci sembra avere saputo affrontare e risolvere all’infuori di ogni burocratica, formale, impostazione, nello sviluppo di un’assai approfondita analisi e di una ricerca nutrita di confronti e di verifiche portate a cogliere e ad afferrare la natura dell’intreccio profondo volto a collegare, strettamente e visceralmente il personaggio Kathe Kollwtiz, le sue scelte coraggiose, le sue opere, il proprio severo rigore comportamentale, nel generale contesto ambientale della Germania; ma non solo di essa, alla vigilia del primo conflitto mondiale, dal clima della crisi drammatica di una società industriale, precisamente alla vigilia di quella tragedia, a quello del processo di corruzione di una classe borghese, incapace di fare fronte ai bisogni più vitali della gente più povera, alla lotta contro la guerra, la fame, la miseria e poi contro il progressivo affermarsi, in Germania e in Europa del Nazifascismo.
In un messaggio di denuncia e di condanna, di invito a non cedere, a non abdicare che non casualmente, sarebbe stato condotto ad avvertire, nella severa capacità di verifica e di analisi del processo elaborativo proprio all’incisione, le proprie più funzionali condizioni per una propria più profonda forza di comunicazione. Di una ricerca condotta a cogliere, nell’intransigente difesa dei valori di libertà e di Giustizia, il significato sempre costante di profonda, convincente, perenne attualità di un tale messaggio di Kathe Kollwtiz.
Che Pietro Matese, come da noi avvertito e colto in vari, successivi colloqui, sembra aver condotto con straordinario interesse e costante impegno, entusiasmandosi per questo avvenuto incontro con un personaggio così straordinario, per la propria capacità, ancora e sempre, crediamo di suscitare entusiasmi nuovi, nuovi impegni di nuove prospettive di indagini, portandoci a riscontrare, nello scorrere di queste pagine, quasi una ulteriore più profondo incitamento, un ulteriore convincimento a proseguire sull’imperio duro, difficile cammino, ma umanamente denso di prospettive, dell’iter di un messaggio incisorio incessantemente volto a ritrovamento, al recupero del personaggio umano percepito nelle proprie istanze vitali. Di quel messaggio, nella propria sensibile, raffinata percettività del segno e la modulata selettività del proprio processo dialettico, non sostituibile in alcun modo dall’arida meccanicità del computer, di quel messaggio ancora frutto e risultante dal contesto di uno spazio operativo ancora in grado di acconsentire la vitale esigenza del pensiero della riflessione, della meditazione, della verifica che le scelte consumistiche non possono in alcun modo, pena il fallimento del sistema, concedere.
Ciò che mi sembra confortato taluni degli iniziali saggi incisori, da me, seppure frettolosamente, osservati, in cui non privi di interesse appaiono sopratutto alcuni fogli xilografici, come conseguenza forse anche, non ultima, di questo incontro con Kathe Kollwtiz condotto a sollecitare più fortemente Pietro Matese a distintivo più immediato, suo preferenziale accostarsi alla singolarità di una tale disciplina tecnica, per il preciso significato del proprio suo particolare messaggio così fortemente condizionato a quel processo di drammatica tensione trasfigurativa, nell’improvvisa, violenta, aspra rottura degli equilibri, in una acuta, diretta, esasperata contrapposizione di plastiche tensioni monumentali, in grado di sorreggere e valorizzare la dinamica pressione di quel clima di contrasti e scontri ideologici, di denuncia e di condanne, di feroci polemiche così intensamente condotte a caratterizzare gran parte delle pagine più significative dell’espressionismo tedesco e in particolar modo di quelle scritte ed incise da Kathe Kollwtiz.
Ma concludendo queste affrettate annotazioni, a spigare ulteriormente meglio, forse, l’affacciarsi di Pietro Matese, al mondo culturale e umano di Kathe Kollwtiz, la condivisione delle sue scelte dall’ora, ma che, ancora oggi, rimangono le scelte giuste, necessarie per chiunque sia disposto a battersi per la Libertà e la Democrazia, giacché le minacce anche, ora inconventi sull’individuo, fatte eccezione per impercettibili esteriori mutamenti , rimangono sempre di stessa, identica, natura di Pietro Matese in cui nome, per primo, conoscendo egli il mio costante, inesauribile interesse e ammirazione per Kathe Kollwtiz, mi fu fatto dall’ amico prof. Gino Di Pieri, Docente al Liceo Artistico di Treviso, incisore di valore, a spigare più chiaramente, ripeto, questo commosso suo accostarsi alla profonda umanità della grande protagonista dell’Espressionismo Tedesco, forse, anzi probabilmente, potrebbe essere stato non estraneo quel DNA famigliare rappresentato da quella che fu la consapevole, coraggiosa partecipazione alla Resistenza, alla lotta al Nazifascismo, di suo nonno Pino Fiorin al cui ebbe a legarmi una profonda, affettuosa amicizia.
Giorgio Trentin